Bilancio decennale del Comitato Italiano per gli Studi e le Edizioni delle Fonti Normative

Rolando Dondarini

Col titolo Le comunità rurali e i loro statuti (secoli XII - XV), dal 30 maggio al 1° giugno 2002 si è tenuto a Viterbo l'ottavo convegno nazionale del Comitato Italiano per gli Sudi e le Edizioni delle Fonti Normative. È stata questa l’ultima in ordine di tempo delle iniziative promosse da tale comitato, composto da alcuni dei più autorevoli studiosi italiani di Storia istituzionale e di Storia del Diritto. I suoi obiettivi principali sono quelli di promuovere ricerche sistematiche e capillari tese a censire statuti editi e inediti, di elaborarne repertoriazioni e edizioni, di far confluire notizie e dati ricavati da studi specifici per renderli disponibili agli studiosi interessati, di porre in contatto gli storici con gli esperti che si occupano degli altri aspetti della documentazione normativa e statutaria: in particolare gli storici del diritto, i filologi e i diplomatisti. in modo da esaminare la documentazione nel più ampio quadro storico. Le varie iniziative hanno portato alla formazione di gruppi regionali di studiosi che fanno capo ai rispettivi coordinatori e all’apertura di un sito in rete (De Statutis <http://www.statuti.unibo.it/>) che agevoli il confronto con la rapidità dei nuovi strumenti.

In Italia l'interesse storiografico per la documentazione statutaria ebbe un significativo risveglio nel clima romantico della prima metà dell'Ottocento, per la generale rivalutazione dello spirito nazionale, che portò ad uno spontaneo richiamo alle tradizioni e alle radici storico-culturali dalle quali riaffioravano le “piccole patrie”, su cui si tentava di ricomporre la variegata vicenda delle genti della penisola. Quando nella temperie postunitaria sorsero le varie Deputazioni di Storia patria, esse posero tra i loro obiettivi l'edizione delle fonti della storia locale; in particolare, codici diplomatici e statuti cittadini. Negli anni Trenta del secolo scorso fu lo stato a promuovere l'edizione dei codici statutari con la collana del Corpus Statutorum Italicorum, diretta da Carlo Guido Mor. Alla naturale interruzione della parentesi bellica non seguì una ripresa di tale collana, non solo per la ritrosia a riattivare un'iniziativa nata nel Ventennio o per l'affermarsi di visioni universalistiche e cosmopolitiche, ma soprattutto per lo sforzo della storiografia italiana di recuperare il terreno perduto in altri campi di ricerca. Tuttavia, per il rilievo e l'abbondanza di tale tipo di fonte, questa disattenzione non poteva protrarsi a lungo. Negli ultimi decenni si sono infatti realizzati molti degli auspici di chi aveva segnalato l’eccessivo accantonamento di un tema essenziale per la storia del basso medioevo e della prima età moderna. Pubblicazioni e studi si sono moltiplicati, fino a rendere evidente la necessità di forme di coordinamento e di comparazione sovralocale. A tale esigenza si è cercato di trovare risposta in anni recenti attraverso vari convegni che, benché abbiano portato ad indubbi progressi in materia, raramente sono riusciti a giungere ad un piano di comparazione realmente nazionale.

Il fervore e l’intensità con cui sono ripresi gli studi sulle fonti dello ius proprium sono ormai evidenti a tutti coloro che si occupano di storiografia. Decine di congressi, di pubblicazioni, di ricerche, di repertoriazioni, di edizioni, inframmezzate da mostre e rassegne bibliografiche ne sono un riscontro oggettivo[1]. Le due anime di questo doveroso recupero d’attenzione sono riconoscibili da un lato nel novero degli storici del Diritto che hanno saputo e voluto allargare il campo delle loro indagini oltre i parametri fondamentali dello ius comune, nella dimensione ricca e articolata del suo incontro con le innumerevoli realtà locali, senza sottostare al preconcetto rifiuto dello ius proprium da parte di chi lo intende come diritto troppo specialistico e parziale[2]. Sull’altro fronte sono stati quegli storici che, pur riconoscendo i limiti documentari dei codici normativi, non hanno voluto rinunciare agli apporti di conoscenza deducibili da fonti tanto ricche ed abbondanti, che comunque nascondono e possono rivelare numerosi aspetti delle società indagate. È da questi due versanti che si è poi raggiunto un sentiero comune, caratterizzato dal dialogo e dal confronto. A promuovere tale confluenza è stato in primo luogo il gruppo di studiosi che ha dato vita al Comitato Italiano per gli Studi e le Edizioni delle Fonti Normative che con l’appoggio della Biblioteca del Senato della Repubblica ha prodotto di recente il primo numero della Bibliografia Statutaria Italiana (1985-1995)[3].

Esso ha cercato fra l’altro di far fronte all'esigenza di collaborare per una più proficua utilizzazione di una mole ingente di materiale documentario, facendo convergere diverse e specifiche competenze e capacità di indagine e contribuendo così al superamento degli equivoci dovuti alla mancanza delle conoscenze tecniche basilari della complessa terminologia giuridica di cui in passato ha fatto le spese una consistente fetta di storici. È ben noto infatti che gli storici generici, condannati o privilegiati ad essere tuttologi e a perseguire la mitica multidisciplinarità, non possono considerare alcun settore o aspetto documentario e tematico come loro unico oggetto d’interesse e di studio, pena farsi specialisti e rinunciare quindi a quell’accostamento di molteplici apporti conoscitivi che insieme dovrebbe consentire loro di avvicinare maggiormente la varietà di fattori, di eventi e di fenomeni della vita del passato. Per loro i testi normativi, così come le altre fonti di diversa natura, sono e debbono rimanere un inciampo necessario e irrinunciabile, un complemento di tutto quell'insieme di conoscenze tratte da specifici ambiti documentari che per essere correttamente utilizzati esigono la mediazione delle rispettive discipline di studio. Anche per le fonti del diritto, infatti, la presunzione di poterne estrarre notizie mancando di un'adeguata preparazione specifica o ignorando le avvertenze e le cautele suggerite dagli esperti, può portare a gravi errori di valutazione.

La prospettiva degli storici rimane dunque quella volta a far incontrare e interloquire i testi normativi con tutte le altre testimonianze disponibili, collocandoli in orizzonti più vasti che consentano di verificare la reale portata e l'efficacia degli enunciati e delle formule contenute nei codici, cautelandosi dalle insidia di un tipo di fonte che più che mai contiene una doppia verità, quella apparente e manifesta e quella reale e nascosta. Di qui lo spunto a proporre come chiave di lettura generale la verifica dei livelli di autonomia reale insiti negli statuti emanati nelle diverse aree politico-territoriali dell'Italia del tempo, allo scopo di offrire un piano comparativo in cui interpretare la normativa locale in quadri più complessivi e globali, quali espressioni delle dialettiche tra compagini statali e città e tra queste e i centri minori[4].

D'altra parte gli studi degli storici del Diritto hanno in genere trascurato i riscontri sull'effettiva rispondenza tra norme e comportamenti e sono stati prevalentemente indirizzati all'esame degli aspetti giuridici desumibili dai caratteri codicologici, lessicali e terminologici allo scopo di individuare derivazioni, parentele, aree e tempi di promulgazione e di vigenza. Queste differenze di impostazione ne inducono poi altre di metodo: i giuristi che intendono perseguire la distinzione tipologica e geografica delle aree statutarie e l'individuazione di ceppi e parentele testuali e formali, sono fatalmente portati a focalizzare prevalentemente l'attenzione e l'interesse sulle uguaglianze e sulle similitudini. Al contrario a chi indaga sull'effettiva incidenza e attuazione delle codificazioni normative, appaiono più significative le differenze e le variabili, quali sintomi delle originalità di comportamento distribuite nello spazio e nel tempo.

Dato il comune anelito ad approfondire le reciproche conoscenze, per gli storici e i giuristi confluiti nel nostro gruppo la consapevolezza e la constatazione delle proprie diversità di formazione scientifica e metodologica non hanno indotto a nuove separazioni, ma al contrario hanno incentivato la ricerca di ulteriori contatti e confronti nel rispetto delle rispettive competenze. Tra gli obiettivi comuni, oltre che quello di sottoporre i codici normativi al vaglio di altre testimonianze e a comparazioni cronologiche e spaziali, si è pertanto individuato quello di attivare e mantenere opportunità di intercomunicazione tra i diversi studiosi di tali fonti. Assumersi il compito di non farle scomparire o arretrare dagli orizzonti di studio può infatti garantire una continuità di interesse e di reciproco aggiornamento che scongiuri quell'alternanza di mode e di abbandoni che affligge tanti settori della nostra storiografia, evitando sia quel lamentoso ripetersi di enunciazioni, auspici e buoni propositi inattuati, sia quelle episodiche e faticose riprese che compromettono un'effettiva progressione delle conoscenze.

Gli studiosi che hanno contribuito alle numerosissime iniziative citate e alla compilazione della Bibliografia si sono ispirati fin dall'inizio alla massima concretezza ed efficacia, privilegiando - al di là delle necessarie formulazioni teoriche - l'individuazione e la divulgazione di iniziative, di criteri, di consigli e di avvertenze tratte da esperienze già condotte o in corso. Sulla base delle disponibilità manifestate, sono stati individuati i vari referenti regionali che hanno formato una rete organizzativa articolata in coordinatori e corrispondenti e che hanno raggiunto società e deputazioni locali, interessando in maniera capillare tutto il territorio nazionale[5]. Rispetto ad una sua prima articolazione secondo gli attuali ambiti regionali - riferimento comodo, ma decisamente antistorico - il comitato tende man mano a ricondursi alle compagini politico-territoriali dei periodi studiati - regni, stati cittadini e regionali - e ai vari temi e ambiti in cui si produssero promulgazioni statutarie. Questa tendenza ha poi dato vita a più gruppi di lavoro; il primo sulle normative nelle terre della Chiesa, ha trovato ormai uno stabile punto di riferimento e una sua sede presso l'Università di Perugia; mentre altri si stanno prospettando e focalizzando intorno a temi specifici come quello della comparazione della legislazione suntuaria; o quello dedicato allo studio degli statuti di associazioni ed enti.

Tra gli obiettivi è apparso preliminare instaurare forme di dialogo permanente, oltre che con gli esperti che si occupano degli altri aspetti della documentazione normativa e statutaria, con i responsabili e i promotori delle numerose iniziative avviate da tempo, creando periodiche occasioni di confronto e promuovendo l'adozione generalizzata di alcune innovazioni nelle modalità di edizione delle fonti, come la produzione di file, database e ipertesti da affiancare alle pubblicazioni cartacee.

Fin dalla sua prima formazione, il comitato si sta dunque qualificando con un profilo originale e scientificamente motivato che non si sovrappone alle iniziative già in atto. Si sono già promossi numerosi incontri di ambito nazionale e regionale con riferimento sia all'articolazione attuale sia a quella storica - di cui i principali a Bologna, a Cento, a Firenze, ad Ascoli, a Perugia, a Roma, a Milano, a Cagliari e all'Aquila. In due seminari di interesse nazionale, realizzati nel 1994 e nel 1995 a San Miniato presso il Centro di Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo[6], sono confluiti molti tra gli studiosi più noti e qualificati in materia per discutere e confrontarsi sulle repertoriazioni delle fonti normative e sulle edizioni degli statuti. Benché già più volte oggetto di altri convegni e incontri, i due temi sono stati individuati come preliminari e necessari a riaffrontare i principali aspetti metodologici in un piano di confronto nazionale ed hanno suggerito nuove questioni da esaminare in futuro, quali: l'articolazione tipologica, territoriale e cronologica delle fonti normative e la loro definizione; l'individuazione e la distinzione delle norme originarie e originali e di quelle derivanti da modelli, da stratificazioni e da aggiunte, con i relativi problemi di edizione; le modalità di compilazione di indici, repertori e rubricari. Col convegno tenutosi a Cagliari dal 25 al 29 settembre 1996 per iniziativa e ospitalità dell'Istituto sui rapporti italo-iberici del Consiglio Nazionale delle Ricerche, si sono avviati i raffronti per contenuti, che individuando tematiche distinte, consentano di condurre indagini comparate su aspetti specifici della documentazione normativa; raffronti proseguiti col convegno di Bologna del 1998 in cui si sono esaminati i nessi tra le promulgazioni statutarie e la stampa. Prima del recente VIII convegno nazionale di Viterbo, dal 5 al 7 ottobre 2000 si è svolto a Ferrara il VII sul tema Signori, regimi signorili e statuti nel tardo medioevo.

È nell’ambito di tutte queste iniziative che si colloca anche la pubblicazione della Bibliografia statutaria Italiana il cui Comitato di Redazione si avvale dell’apporto del gruppo di studiosi e collaboratori dell’Università di Bologna.

Parafrasando il titolo di un ben noto articolo, si può affermare che, dopo averli visti “redivivi” gli statuti e le fonti normative in genere si possono di nuovo scorgere prosperi e in cammino, mentre stanno riassumendo quel rilievo storiografico che la loro stessa abbondanza richiede, ma senza che ciò comporti un'arbitraria sopravvalutazione del loro valore documentario. Anzi le stesse multiformi attività promosse di recente hanno stimolato una maggiore e più articolata consapevolezza critica sulle riserve, le cautele e le distinzioni necessarie per una loro proficua utilizzazione.

 

 

[1] Purtroppo buona parte di questi convegni e iniziative di studio, traendo spunto da pubblicazioni di statuti locali, ha assunto questi come parametro per gli interventi degli studiosi, limitando così il terreno e gli orizzonti del confronto. Proprio per far fronte a queste limitazioni nel 1993 si è svolto un convegno sulle origini, i contenuti e l'efficacia delle normative medievali promulgate dalle autonomie locali. Con una preparazione di oltre tre anni e attraverso numerosi incontri precongressuali, si è data ai relatori - uno per ogni regione e per ogni area di lingua italiana esterna agli attuali confini - l'occasione per un primo confronto della vasta produzione statutaria medievale italiana su un piano metodologico unitario, perché volto alla lettura sociale e politica delle fonti normative, alla valutazione dei loro effettivi riscontri nella prassi amministrativa e soprattutto alla verifica della loro efficacia in termini di autonomia attraverso il ricorso sistematico ad altre fonti. Si sono così confrontate tutte le realtà regionali italiane, prendendo in particolare considerazione i modi, le forme e le incidenze di normative attraverso le quali i centri maggiori si imposero come dominanti politiche e rivalutando così il rilievo delle normative cittadine anche nella dialettica politica dell’Italia meridionale in cui svolgevano ruoli di protagonisti la corte regia e gli esponenti della feudalità. Gli atti di quel convegno si sono prospettati dunque come il primo raffronto nazionale sugli statuti cittadini medievali: La libertà di decidere. Realtà e parvenze di autonomia nella normativa locale del medioevo, Atti del Convegno Nazionale di Studi (Cento, 6-7 maggio 1993), a cura di R. Dondarini, Cento 1995. Al congresso centese ne sono seguiti altri - almeno uno ogni anno - sui temi principali legati alle fonti normative e tutti a carattere nazionale. Nel frattempo nel clima di rinato interesse si è svolto a Pisa nel dicembre del 1994 il convegno dal titolo Le tradizioni normative urbane dell’Europa continentale e mediterranea a cui hanno partecipato, oltre che molti degli studiosi citati, altri fautori della ripresa degli studi statutari, tra cui Gherardo Ortalli e Umberto Santarelli. Nel 1998 oltre al convegno nazionale del citato Comitato tenutosi a Bologna sul tema de Gli statuti e la stampa, degno di menzione è stato il convegno organizzato ad Ascoli Piceno e svoltosi l’8 e 9 maggio: promosso e presieduto da Enrico Menestò, ha visto gli interventi tra gli altri dell’Ortalli e di Mario Sbriccoli. Ulteriore frutto concreto della costituzione del gruppo di studi sulla legislazione suntuaria scaturito dalle iniziative del nostro Comitato italiano per gli studi e le edizioni delle fonti normative. Nel 1996 infatti, dati gli esiti positivi dei suoi primi anni di lavoro e su proposta di Massimo Miglio, il suo coordinatore Rolando Dondarini riuscì a coinvolgere esponenti delle università di Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Roma, Siena, Torino, Viterbo e del Centro di Studi sul Rinascimento della Harvard University, per dar vita ad un'équipe di studiosi che promuovessero il censimento, la raccolta, la pubblicazione e la comparazione delle normative riguardanti l'abbigliamento, l'alimentazione e il lavoro. Dopo una laboriosa delimitazione degli ambiti tematici, cronologici e geografici delle iniziative, condotta da un gruppo ristretto di lavoro costituito dallo stesso Dondarini e composto da Mario Ascheri, Allen Grieco, Giuseppe Lombardi, Lucio Riccetti e Maria Giuseppina Muzzarelli, a quest'ultima fu affidata la funzione di coordinamento nazionale. L'articolazione dei lavori per regioni ha poi portato alla prima realizzazione di un repertorio regionale l'Emilia-Romagna, che diviene così una sorta di prototipo/parametro per tutte le altre aree su cui si sta lavorando.

[2] Tralasciando in questa sede una bibliografia analitica in merito, ci si limiterà a ricordare che tra i più autorevoli storici del Diritto che hanno promosso il superamento di questo preconcetto con studi e opere divenute essenziali e che hanno partecipato e plaudito alle iniziative del Comitato nazionale per gli studi e le edizioni delle fonti normative, si possono annoverare Mario Ascheri, Attilio Bartoli Langeli, Severino Caprioli, Mario Caravale, Piero Fiorelli, Hagen Keller, Gian Savino Pene Vidari, Ugo Petronio, Vito Piergiovanni, Andrea Romano, Gabriella Rossetti, Rodolfo Savelli, Mario Sbriccoli, Claudia Storti Storchi.

[3] Il primo volume (consultabile in rete all'indirizzo http://www.statuti.unibo.it/) è stato presentato il 5 novembre 1998 alla sala “Zuccari” di Palazzo Giustiniani, sede del Senato, con la tavola rotonda dal titolo significativo Dieci anni di studi e ricerche sulla legislazione italiana medievale e moderna, tenuta e a cui hanno partecipato Mario Ascheri, Mario Caravale, Giorgio Chittolini, Gian Savino Pene Vidari, Ugo Petronio, Vito Piergiovanni, Andrea Romano, Gian Maria Varanini, e il ministro Ortensio Zecchino. Una successiva pubblicazione promossa dalla Biblioteca del Senato in collaborazione con il Comitato è apparsa nel 2001: Dondarini R., Tra convivenza e autonomia. Il contributo degli statuti medioevali all’equilibrio tra interessi pubblici e privati. Il caso dei fabbri di Bologna, fascicolo introduttivo a Matricula Societatis Fabrorum Civitatis Bononiae, Italarte, Roma 2001, Manoscritti e libri rari della Biblioteca del Senato della Repubblica Italiana.

[4] È stata questa la chiave di lettura proposta nel convegno di Cento del 1993.

[5] Il quadro dei referenti che ne è derivato è il seguente: per le acquisizioni presso la Biblioteca del Senato, Sandro Bulgarelli; per gli statuti di associazioni e corporazioni in ambito nazionale Sandro Notari, per la Sardegna, Olivetta Schena e Marco Tangheroni; per la Sicilia, Pietro Corrao; per la Puglia, Pasquale Corsi; per la Calabria e la Basilicata, Pietro De Leo; per la Campania, Giovanni Vitolo; per gli Abruzzi e il Molise, Alessandro Clementi; per il Lazio, Alfio Cortonesi; per l'Umbria Maria Grazia Nico e Patrizia Bianciardi; per la Toscana, Duccio Balestracci, Paolo Pirillo, Enrica Salvatori e Francesco Salvestrini; per le Marche, Valter Laudadio e Massimo Meccarelli; per l'Emilia-Romagna, Enrico Angiolini e Augusto Vasina; per la Liguria, Rodolfo Savelli; per il Veneto, Gian Maria Varanini; per la Lombardia, Giuliana Albini; per il Piemonte, Francesco Panero; per l'Alto Adige, Hannes Obermair; per il Trentino, Mauro Nequirito; per il Friuli, Donata De Grassi e Michele Zacchigna; per la Svizzera Italiana, Elsa Mango Tomei; per l'Istria e la Dalmazia, Franco Colombo; per la Corsica, Silio Paolo Scalfati.

[6] Per esplicita ammissione degli organizzatori nella scia delle iniziative precedenti si è tenuto fra il 9 ed il 14 settembre 1996 uno dei seminari residenziali organizzati dal Centro di studi sulla civiltà del tardo medioevo di S. Miniato sulle fonti per la storia della civiltà italiana tardomedievale su Gli Statuti territoriali.