Gli statuti e la stampa

Bologna, 23-24 gennaio 1998

Cronaca di Enrico Angiolini.

Il 23-24 gennaio 1998 si è tenuto a Bologna il seminario «Gli Statuti e la stampa», quinto incontro annuale tra quelli organizzati dal Comitato nazionale per gli studi e le edizioni delle fonti normative. È ormai noto come tale comitato abbia avuto origine dal convegno La libertà di decidere, tenutosi a Cento (FE) il 6 e 7 maggio 1993 — il primo ad assumere un respiro di comparazione realmente nazionale sul tema statutario — e si sia poi consolidato coi successivi incontri samminiatesi e cagliaritani, tanto da divenire un sicuro punto di riferimento per gli studi in materia [1].
Dopo l'introduzione dei lavori affidata a MARIO ASCHERI, che ha sottolineato come la vitalità e del comitato si sia riverberata positivamente tra tutti gli studiosi della materia, ha preso la parola GIORGIO MONTECCHI con la relazione su I primi statuti a stampa: le procedure tipografiche di un genere editoriale aperto. Il relatore ha portato un contributo dal peculiare angolo di visuale di chi si occupa di storia della stampa, con particolare riguardo alle implicazioni giuridiche insite nella pubblicazione. Innanzitutto lo statuto, essendo un’opera la cui realizzazione implica tutta una serie di deliberazioni delle autorità, è tra le opere a stampa la cui genesi è meglio documentata nei modi e nei tempi.
Poiché lo statuto si configura come opera collettiva per eccellenza, peculiare «opera letteraria aperta», la cesura definitiva determinata dalla chiusura in tipografia diviene un serio problema, non contemplando in teoria aggiunte e bloccando la dialettica che si sviluppa di continuo attorno al codice manoscritto: spesso si rimedia con errata corrige finali che sono, invero, la registrazione di variazioni già intervenute nell’intervallo di stampa.
Esemplare è il caso degli statuti di Parma editi nel 1494, che presentano una «introduzione storica» che fa la cronistoria del procedimento con cui lo statuto è stato avviato alla stampa, tenendo ben distinti i due momenti della «pubblicazione» ufficiale produttiva di effetti giuridici, del 12 giugno, e della pubblicazione a stampa, il 16 settembre successivo. Non così chiara è la situazione a Treviso, dove le due pubblicazioni sono continuamente confuse e il tipografo interpreta il suo ruolo di correttore in senso tanto ampio che gli statuti già stampati e non ancora distribuiti dovranno essere distrutti; oppure a Modena, dove i tempi di edizione sono assai dilatati (1547-1550) per le lungaggini dei correttori, lamentate anche dal cronista Lancellotti, e la circolazione è limitatissima (con una tiratura di 60-80 esemplari, tra le più basse documentate assieme a quella degli statuti a stampa di Iesi).
SANDRO BULGARELLI  e CARLA FICOLA (Biblioteca del Senato e Archivio di Stato di Roma) trattando de Le fonti statutarie a Roma, hanno tracciato le linee della collaborazione avviata tra Biblioteca del Senato e Archivio di Stato di Roma, conservatori delle principali raccolte statutarie italiane, al fine di integrare i loro patrimoni e verificare la consistenza delle raccolte statutarie di altre istituzioni cittadine (di particolare rilievo si è mostrata, già ad un primo esame, la Biblioteca Corsiniana).
L’origine della collezione oggi presso l’Archivio di Stato di Roma va rintracciata, alla fine del XVIII secolo, sotto Pio VI, nella raccolta statutaria che si venne formando presso la Congregazione del Buon Governo, prima custodita nei palazzi vaticani, e sottoposta ad un riordino nel 1777; tutto quanto fu trasferito a Parigi in età napoleonica, rientrò in età della restaurazione, per essere poi dislocata (dopo il 1830) nel palazzo della Cancelleria. Ampliata sotto Pio IX, in particolare grazie alla circolare del 4 maggio 1856 con cui tutti i comuni dello Stato Pontificio furono chiamati a produrre una copia dei loro statuti (per lo più copie manoscritte in quell’occasione, ma non mancarono comuni che inviarono esemplari a stampa e anche manoscritti originali), rimase nel palazzo di Montecitorio fino al 1870: la Delegazione per gli archivi postunitaria ne decise poi il trasferimento al nuovo Archivio di Stato di Roma, facendogli seguire le sorti delle altre carte del Ministero dell’Interno pontificio. Un nuovo incremento si ebbe nel 1874, quando una nuova circolare che invitava al conferimento di un esemplare all’Archivio romano, prefigurandone il ruolo simbolico di luogo di sintesi nazionale, trovò accoglienza diseguale (giunsero in quell’occasione 155 redazioni statutarie, tra cui 22 manoscritti). A tutt’oggi, anche per l’acquisto in prosieguo di tempo di diversi fondi speciali, la collezione di statuti dell’Archivio di Stato di Roma conta circa 2.000 esemplari, di cui 799 manoscritti: fondamentale strumento di corredo è ancora il catalogo a stampa redatto da Ottorino Montenovesi [2].
Più noto è il percorso attraverso cui si è venuta formando la raccolta di statuti della Biblioteca del Senato, nata nel 1870 e continuamente accresciuta per acquisti e donazioni (di particolare rilievo il «fondo austriaco» acquisito nel 1925, relativo alle terre recuperate alla sovranità italiana dopo la Prima guerra mondiale, e il fondo Malvezzi, acquisito nel 1935), fino a raggiunge l’attuale consistenza di circa 3.600 edizioni a stampa (di cui 38 incunaboli) e di 750 manoscritti, contenenti anche circa 300 esemplari «doppi».
Gli acquisti sul mercato antiquario — compatibilmente con le disponibilità economiche e con l’andamento del mercato — e le donazioni continuano ad incrementare la collezione, al ritmo medio di circa 50 nuove accessioni l’anno: tra le acquisizioni più rilevanti avvenute nel corso del 1997 si segnalano gli Statuti di Volterra in copia manoscritta del XV secolo e quelli di Campiglia Marittima, in copia settecentesca della redazione del 1596. Di tutto ciò dà conto il Catalogo [3], giunto alla lettera «S» col VII volume nel 1990, e di cui è alle viste l’uscita dell’ottavo volume, dedicato alle lettere «T-U».
In particolare per quanto riguarda i primi risultati del progetto comune di indagine sulla consistenza degli statuti conservati presso le altre istituzioni culturali romane, una vera sorpresa è stata rappresentata dalla Biblioteca Casanatense, dove sono stati reperiti circa 300 tra manoscritti ed edizioni antiche a stampa di statuti territoriali, di corporazioni e di congregazioni non soltanto laziali: un patrimonio insospettato in una biblioteca di Domenicani, talché sarebbe interessante approfondire le ragioni di un simile interesse.
Sotto la presidenza di MARIO SBRICCOLI, la seduta è proseguita con l'intervento di ENNIO SANDAL su La tipografia bresciana del ’400 e la committenza statutaria, che ha illustrato come una congiuntura favorevole agevolasse l’introduzione precoce della stampa a Brescia fin dal 1471 (precocità inattesa per una città decentrata, che non aveva né il titolo di capitale né di sede accademica) e ha seguito caratteri e vicende delle undici edizioni statutarie stampate dalle tipografie bresciane: tra queste risaltano le due edizioni degli statuti civilia e criminalia della città (la prima di Tommaso Ferrando del 1472-1473, è forse la prima edizione statutaria a stampa in senso assoluto in Italia; la seconda del 1490), entrambe iniziative autonome senza traccia di competenza pubblica, e gli Statuta comunitatis Bergomi del Britannico, del 1491 (edizione nata probabilmente come iniziativa autonoma poi acquisita dal comune per patti intercorsi, a seguiti dei quali la comunità di Bergamo nominò dei deputati alla vendita degli statuti «noviter impressi», stabilendo anche due tariffe diverse per gli esemplari editi «parvae formae» e per quelli «professionali» destinati ai giuristi).
Rilevanti sono poi anche le edizioni del 1494 di Crema (di committenza pubblica), del 1495 di Cremona (sia della città che dell’Università dei mercanti), del 1498 degli Instituta vallis Camonicae e l’edizione degli Statuta civitatis Placentiae, così dislocata geograficamente, priva di indicazioni tipografiche.
AGOSTINO CONTÒ con la relazione ‘Stampadi in lengua’. Tipografia quattrocentesca e Statuti in volgare, ha delineato un panorama della genesi e dei moventi delle edizioni di statuti in volgare, verificando come tra le ventisei editiones principes conosciute soltanto tre siano in volgare (gli statuti di Venezia del 1477 e del 1492, le Costituzioni della patria del Friuli del 1484 e gli statuti di Ascoli del 1496), e ciascuna rechi alla sua origine motivazioni peculiari, dalla lunga consuetudine del veneziano come lingua «ufficiale» e di diritto, alla contrastata scelta del volgare trevigiano per il Friuli, che ebbe la meglio sulla troppo colta lingua toscana e sulla non omogenea lingua friulana.
AUGUSTO VASINA ha poi presentato il I volume del Repertorio degli statuti comunali emiliani e romagnoli (secc. XII-XVI) [4], relativo alla Romagna e al Bolognese, che si inserisce nel nuovo clima di rinato interesse per le fonti statutarie, caratterizzato in senso innovativo dall’apporto, accanto e oltre ai tradizionali operatori studiosi del diritto, degli storici tout court di formazione medievistica e modernistica. Il progetto, che si è avviato nel 1992 nell’ambito del Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell’Università di Bologna e si è avvalso della collaborazione di una trentina di studiosi che si sono occupati della redazione delle schede, ha inteso proporsi innanzitutto come strumento flessibile pensato da storici e per gli storici, per cui si è preferito tralasciare i tradizionali  criteri di pubblicazione delle schede in ordine alfabetico o per ambiti provinciali, privilegiando il loro raggruppamento per aree geostoriche ben riconoscibili, funzionale alla ricostruzione dei quadri territoriali comunali cittadini e delle statualità regionali o subregionali signorili (in particolare la Romagna Toscana e la Romagna estense).
Ogni scheda, intitolata alla località in oggetto, si apre con il titolo (originale o successivo) della redazione statutaria, seguita dalla ricostruzione della cronologia redazionale e dall’individuazione del suo ambito territoriale di pertinenza, con il riferimento ad eventuali testimoni statutari perduti; segue poi una analitica descrizione contenutistica di ogni singola redazione, con: l’edizione di incipit, explicit ed eventuale proemio; l’articolazione tematica dello statuti in libri e — nel caso di testi inediti — l’edizione del rubricario, quando si presenti di dimensioni contenute (mentre i rubricari più ampi sono stati destinati alla pubblicazione nei «Quaderni» della collana «Fonti e saggi di storia regionale» coordinata dallo stesso Vasina) [5].
Infine chiudono le schede l’illustrazione della fortuna manoscritta e a stampa di ogni redazione, con l’individuazione di ogni testimone che sia stato possibile individuare e una bibliografia analitica, articolata in repertori e studi.
Il primo volume (così come avverrà per il secondo, relativo al territorio dell’Emilia occidentale e del Ferrarese), è dotato di una carta geostorica che dà conto della distribuzione territoriale delle redazioni statutarie, la cui presenza tutt’altro che uniforme (basti pensare al «vuoto» che si presenta intorno a Bologna, o, al contrario, all’addensarsi di redazioni statutarie del territorio Riminese, è già un ulteriore contribuito ad uno studio su di un piano comparativo e su base territoriale degli statuti emiliani e romagnoli.
MATTEO VILLANI  con la relazione Luca Bini, tipografo di statuti umbro-marchigiani. Considerazioni sui rapporti tra un tipografo ‘errante’ e le autorità committenti. 1541-1566, ha ripercorso le tracce della «carriera» dello stampatore Luca de Binis, di origine mantovana ma ben presto emigrato per intraprendere la carriera di stampatore itinerante (già nel 1527 è attestato a Venezia, dove stampa un breviario per le monache di Santa Caterina), attivo soprattutto per incarichi «ex publico decreto» tra Umbria e Marche: nel 1541 sono documentate trattative per trasferirsi a Foligno, in concorrenza con il tipografo locale Cantagalli; nel 1542-1543 è a Spoleto, nel 1545 a Cascia; nel 1546 di nuovo a Spoleto; dal 1547 al 1550 è ad Amandola, dove stampa gli statuti. Passato nelle Marche, vi rimane continuativamente, tra Macerata, Iesi, Montegranaro e Tolentino — dove fu anche bidello dello Studium — fino alla  morte, nell’agosto del 1568.
Caratteristiche di Luca Bini furono alcuni modelli a cui si attenne per tutta la sua attività di stampatore: usò quasi sempre lo stesso carattere (il romano) e lo stesso formato (in folio); figurò sempre soltanto nel colophon, senza usare marche tipografiche.
MARIA GIUSEPPINA MUZZARELLI con la Presentazione del progetto di costituzione di un ‘Centro di studi sulle normative suntuarie’, ha esposto il progetto per la costituzione di un centro di studi sulle normative suntuarie, che si propone di far compiere un salto di qualità a un settore di studi oramai ben consolidato, nell’ambito degli studi di storia sociale che si occupano del disciplinamento.
La quantità di informazioni sulla società, sulle sue stratificazioni, sul concreto «pensiero materiale» che le legislazioni suntuarie possono fornire non hanno orami bisogno di ulteriori conferme: essenzialmente quel che ci si propone è una chiamata a lavorare assieme rivolta a tutti coloro che siano interessati alla individuazione, alla repertoriazione, alla trascrizione e all’edizione delle norme suntuarie, dei bandi, delle deliberazioni e di tutte le altre fonti (e le fonti statutarie sono certamente molto rilevanti tra queste): dopo i primi contatti (il primo incontro, annunciato in questa sede, si è tenuto a Bologna il 9 marzo seguente), si passerà alla definizione degli ambiti cronologici (verosimilmente dal XIII al XVI secolo compresi) e geografici da rendere oggetto di indagine, e degli obiettivi da prefiggersi: la costituzione di una bibliografia aggiornata sui suntuaria, soprattutto attraverso il recupero delle molte pubblicazioni a circolazione limitata prodotte alla fine del XIX secolo (soprattutto pubblicazioni d’occasione per nozze) oppure edite su riviste locali, ovvero delle tesi di laurea, e il censimento esaustivo delle fonti area per area, che potrà portare a giornate di studi per il confronto sui problemi, la definizione di metodologie e lo scambio di informazioni, ed eventualmente anche ad una collana di quaderni tematici: tutto quanto potrà portare ad una lettura della storia d’Italia «sub specie provisionarum contra vanitates et pompas».
Alla conclusione della seconda giornata, si sono avute le oramai consuete comunicazioni dei referenti regionali del gruppo, che hanno aggiornato sulla situazione generale dell’avanzamento degli studi statutari nel loro ambito regionale di competenza, e in particolare hanno riferito su eventuali studi ed iniziative locali relative al tema specifico delle giornate sui rapporti tra statuti e stampa.
FRANCESCO PANERO ha illustrato una situazione, come quella del Piemonte, in cui spesso la fortuna delle edizioni a stampa cinquecentesche di statuti si può spiegare anche come una forma di risposta delle comunità al rafforzamento del potere sabaudo: vi sono casi, come quello di Mondovì, dove le edizioni a stampa comportano modifiche anche sostanziali, con o senza l’autorità dei Savoia a verificare. Ma in Piemonte la vita degli statuti sarà condizionata dall’introduzione di bandi politici e campestri pubblicati dai Savoia, che ridurranno il vigore degli statuti alla materia successoria e ne condizioneranno fortemente la fortuna politica ed amministrativa e, di conseguenza, anche quella editoriale.
RODOLFO SAVELLI ha tracciato un panorama dove, su ben 77 edizioni a stampa liguri, appare chiaro l’assoluto rilievo da un lato dell’editoria statutaria genovese, dall’altro delle comunità di insediamento signorile. L’attività tipografica statutaria in Liguria, comunque, comincia tardi e non senza contraddizioni: la prima edizione degli statuti genovesi, stampata nel 1498 a Bologna, per motivi ancora da ricostruire risultò veramente poco pregevole, al punto da essere spesso glossata negativamente a margine dai giurisperiti utilizzatori. Quando le edizioni statutarie assumeranno i crismi di ufficialità, i tipografi che si susseguiranno nel ruolo di stampatori ufficiali lavoreranno sempre in regime di monopolio (pattuendo il privilegio di stampa in cambio della pubblicazione d’ufficio delle normative cittadine) ed affiancheranno sempre alle edizioni ufficiali molte edizioni «da bisaccia», cioè in piccolo formato «tascabile», fondamentali per l’uso dei giurisperiti ma che non mancano mai negli inventari delle biblioteche patrizie, a testimonianza della maggiore coscienza dello statuto che si ha in uno «stato repubblicano».
CLAUDIA STORTI STORCHI ha illustrato come le pubblicazioni recenti sugli statuti a stampa in area lombarda siano per lo più relative a problemi particolari di zone riconducibili all’influenza veneziana; da approfondire sarebbe l’importante caso di Como, il cui statuto sforzesco del 1458 non fu mai dato alle stampe a seguito di peculiari vicende.
DONATO GALLO ha esposto la situazione del Veneto in cui, mentre continua felicemente l’opera di edizione del Corpus statutario delle Venezie coordinato da Gherardo Ortalli, non è invece alle viste alcun progetto di repertoriazione, forse neanche proponibile per una realtà vasta come quella veneta. Per quanto riguarda la situazione delle edizioni a stampa, gli studi sono ancora in buona parte da fare; una prima indagine sembrerebbe proporre una stratificazione dell’attività tipografica statutaria delle città venete in tre fasi: una prima fase, dall’introduzione della stampa al 1550 circa, in cui tutte le città — e le «quasi città» più importanti (Bassano, Legnago) — accedono alla stampa degli statuti; una seconda fase interlocutoria e una terza fase di netta ripresa a partire dal ‘600. Questo fatti salvi tutti i distinguo e le cautele a cui deve indurre la tradizione a stampa veneziana.
DONATA DE GRASSI ha illustrato come la vicenda della stampa di fonti normative nel territorio friulano sia condizionata dalle particolari vicende istituzionali della terra, dove la pur intensa attività di revisione delle normative a ridosso della conquista veneta poi viene congelata senza ulteriori possibili sbocchi, e restano protagonisti dell’universo normativo le ordinanze della Serenissima: perciò si ricorre alla stampa per lo più per queste e per le costituzioni di valore generale per tutta la Patria del Friuli. L’edizione a stampa e volgarizzamento di Pietro Capretto si dovrà porre il problema linguistico e sceglierà il volgare «trevisano», scelta linguistica e politica al tempo stesso, che definisce il friulano troppo poco normalizzato e non tecnico, ma evita pure il veneziano, che da lungo tempo aveva pur elaborato un suo ampio ed efficace lessico tecnico nel campo giuridico come lingua «ufficiale» della Serenissima.
ENRICO ANGIOLINI ha ricordato come evento più qualificante per gli studi statutari emiliano-romagnoli degli ultimi anni l’uscita del I volume del Repertorio degli statuti comunali emiliani e romagnoli, già illustrato da Augusto Vasina il giorno prima; quindi ha concentrato la propria attenzione sul tema centrale del seminario (la presenza edizioni di codici statutari originariamente editi a stampa) e rilevato come, se già nel territorio dell’attuale Emilia Romagna sono poche le edizioni a stampa in generale — per la stessa Bologna la redazione del 1454 ebbe soltanto diverse edizioni parziali degli statuta civilia e criminalia ed infine l’edizione «rubricis non antea impressis aucta» di Filippo Sacchi (Statuta civilia et criminalia civitatis Bononiae) soltanto nel 1735-1737 —, quelle redatte per essere originariamente ed ex novo edite a stampa sono ancor di meno, in buona sostanza per il «congelamento» della situazione istituzionale delle città emiliane e romagnole sotto l’antico regime, che rende spesso non necessari interventi di rifacimento.
L’unico studio specificamente rivolto alle tematiche della redazione e dell’edizione statutaria originariamente a stampa è stato quello di Pier Giorgio Bassi sul tentativo di riforma dello statuto cittadino a Faenza negli anni dal 1598 al 1611 [6], in cui sono state seguite puntualmente le vicende di una nuova redazione statutaria faentina deliberata dal consiglio il 3 aprile 1598 e mai giunta in porto.
FRANCESCO SALVESTRINI ha seguito le tracce di un rapporto statuti-stampa che in Toscana si è consolidato via via fino a diventare uno dei segni di riconoscimento della propria «identità urbana»: non a caso si sono impegnate in edizioni anche precoci comunità che si definirebbero «minori», mentre non si sentito certo il bisogno di pubblicare gli statuti di Firenze fino al XVIII secolo.
MARIA GRAZIA NICO e PATRIZIA BIANCIARDI hanno fatto il punto della situazione per l’Umbria: già il repertorio da loro curato aveva molto opportunamente indicato metodicamente la cronologia delle edizioni a stampa e, in più, le copie individuate presso le principali biblioteche tramite i loro cataloghi. Così si vede come il grande successo della stampa statutaria in Umbria si situi nella prima metà del XVI secolo, quando pressoché tutte le principali città umbre mandano a stampa i loro statuti: da Perugia a Norcia, da Assisi a Città di Castello, da Spoleto a Cascia e a Todi. Particolare rilievo ha la vicenda di Trevi, che nel 1470 fu la prima città umbra a ospitare una stamperia, ma che rimase l’unica città a non avere una sua edizione integrale: venne stipulato un contratto con i fratelli Cantagalli, per la stampa di 50 copie a uso di tecnici del diritto e di 10 per la comunità, ma i lavori di revisione andarono così per le lunghe che si giunse, nel 1563, alla stampa del solo primo libro.
FRANCESCO SENATORE ha portato la testimonianza del gruppo di studio che, facendo capo a Giovanni Vitolo, ha portato alla costituzione di un centro interuniversitario per la storia delle città campane che intende prossimamente occuparsi anche degli aspetti delle fonti statutarie; purtroppo il materiale raccolto dallo sfortunato precedente del censimento sulle fonti statutarie campane promosso dal C.N.R. negli anni ‘60 non risulta oggi più reperibile.
OLIVETTA SCHENA è tornata sulla «atipicità» della situazione sarda, dove tra le poche fonti statutarie soltanto una (gli statuti di Sassari) ha una sua tradizione manoscritta, e soltanto quella importantissima e assai peculiare fonte normativa che è la Carta de Logge del regno d’Arborea, estesa nel 1421 a tutta la Sardegna, ha una vicenda di edizioni a stampa, dall’incunabolo privo di colophon, datato al 1480 circa e stampato in Sardegna da un tipografo itinerante, alle fondamentale edizioni con Commentaria et glossa di Girolamo Olives.
DANIELA NOVARESE ha riferito di un’altra situazione storico-istituzionale peculiare come è quella della Sicilia, dove i testi normativi consuetudinari hanno minor rilievo e le città sanno che le funzioni di vero «statuto», di testo su cui le comunità possono fondare la propria vita, sono compiute piuttosto dalle raccolte di privilegi contrattati coi sovrani. In questo senso la mancata stampa delle consuetudini delle città siciliane ha un significato politico, per la loro assoluta mancanza d’interesse: a parte le edizioni di Palermo del 1478 e di Messina del 1498, di committenza neanche direttamente «pubblica», per trovare nuovo interesse alle edizioni di fonti normative siciliane bisognerà aspettare direttamente l’Ottocento, nell’ottica della ricerca storica a partire da La Mantia.
SANDRO NOTARI, a fronte dell’emergente interesse per gli statuti di enti a base territoriale sviluppatosi a partire dagli incontri samminiatesi del 1994-1995, ha focalizzato l’attenzione in particolare sugli statuti corporativi, per cui si propone l’iniziativa di una raccolta bibliografica specializzata per il biennio 1996-1997, e il confronti su eventuali progetti nazionali più ampli di censimento, ricordando come già nel 1930, in altra temperie storica, Carlo Guido Mor, avesse già avanzato, in occasione del 1° congresso nazionale di studi sindacali e corporativi, un progetto di raccolta di queste fonti.
A conclusione dei due giorni di studio e confronto, GIAN MARIA VARANINI, ha presentato la prima realizzazione concreta del gruppo, la Bibliografia statutaria italiana (1985-1995), rassegna  retrospettiva del decennio [7] edita per gli auspici, oltre che dello stesso Comitato per gli studi e le edizioni delle fonti normative, del Centro studi sulla civiltà del tardo medioevo di San Miniato e della Biblioteca del Senato della Repubblica, che ha assicurato — per il tramite di Sandro Bulgarelli — un fondamentale appoggio a questa realizzazione.
Tra le finalità individuate negli incontri precedenti era stata riconosciuta primaria quella di dotarsi di uno strumento quale una sicura bibliografia retrospettiva, strumento di ricerca e occasione di meditazione: le bibliografie fanno rileggere trasversalmente il pubblicato, rendono riconoscibili correnti altrimenti non visibili. Ora tale fine è stato raggiunto, grazie al fondamentale sostegno anche economico della Biblioteca del Senato e della persona di Bulgarelli, all’indefessa cura redazionale dello stesso Varanini, di Giuliana Albini, e al coordinamento da parte di Rolando Dondarini che ha raccordato il lavoro dei referenti regionali col gruppo di lavoro bolognese, in cui si sono avuti gli apporti decisivi di Maria Venticelli, di Maria Pia Cesaretti e di Giancarlo Benevolo.
Il gruppo redazionale, consapevole delle difficoltà di dominare materiali cosi ampli, ha deliberatamente scelto di tenere un profilo «basso», limitandosi a uniformazioni tipografiche, ed astenendosi dall’accompagnare le citazioni con schede descrittive molto approfondite; tra le altre considerazioni di merito, si è confermata l’inevitabilità, pur nella sua convenzionalità, della ripartizione delle voci sulla base delle attuali ripartizioni amministrative.
L’esistenza, finalmente, di un ampio repertorio di bibliografia statutaria, consente ora tutta una serie di letture «trasversali» della produzione storiografiche che sono un vero e proprio esercizio di «storia della storiografia» contemporanea, permettendo di riconoscere indirizzi predominanti, omissioni, linee di tendenza: come la conferma che la maggiore spinta allo studio delle fonti normative nell’ultimo decenni è venuto spesso da appuntamenti organizzati alla periferia della «città degli studi» (dove si sono tenuti i convegni più rilevanti, come a Ferentino, ad Albenga e a Cento); la mancanza in molte aree di repertoriazioni analitiche sul modello di quelle umbre o emiliano-romagnole, che sono vere e proprie storie del territorio «per viam statutorum», mentre c’è ancora molto da fare per le tante edizioni locali spesso prive di ogni contestualizzazione. E se cresce l’attenzione per i testi più tardi, e per i testi aggiunti e collaterali, il settore degli statuti di arti, corporazioni e confraternite resta purtroppo ancora molto sacrificato.
Venendo ai dati quantitativi, la Bibliografia dà conto di ben 1268 citazioni bibliografiche di tutte le aree regionali italiane e di quelle aree che, pur esterne all’attuale territorio italiano, hanno avuto strette relazioni storico-istituzionali con questo (la Corsica, la Svizzera italiana, l’Istria e Dalmazia); di grande importanza anche l’appendice contenente 75 nuove accessioni antiquarie della Biblioteca del Senato della repubblica, e gli indici analitici curati da Maria Venticelli.
La limitazione cronologica che si è imposta all’opera, che si arresta al 1995, è anche un obbligo morale per tutti i collaboratori a mettere fin d’ora sul tavolo l’ipotesi di un prolungamento nel futuro di questa esperienza.
A conclusione di due giornate dense e feconde, Rolando Dondarini ha illustrato gli appuntamenti futuri del gruppo nazionale:  Ferrara 2000 sugli statuti signorili, L’Aquila 2001 su confronto tra Nord e Sud, Cosenza 2002.
 

Note a «Gli statuti e la stampa»

[1]   Cfr. E. ANGIOLINI, Un incontro sulle repertoriazioni territoriali di fonti statutarie (San Miniato, 10-11 settembre 1994), «Rassegna degli Archivi di Stato», LIV (1994), pp. 626-640; ID., Repertori territoriali di fonti statutarie: bilanci, programmi e iniziative in corso (San Miniato, 10-11 settembre 1994), «Nuova Rivista Storica», LXXIX (1995), pp. 409-424; ID., Le edizioni degli statuti: esperienze recenti e progetti di edizione (San Miniato, 22-23 settembre 1995), «Medioevo. Saggi e Rassegne», 20 (1995), pp. 495-507; G. BENEVOLO, Repertori territoriali di fonti statutarie. San Miniato (PI), 10-11 settembre 1994, «Ricerche Storiche», XXV (1995), pp. 179-186; ID., Attività e programmi del Gruppo Nazionale di Studi sulle normative medievali italiane (1993-1995), «Proposte e ricerche», XXXV (1995), pp. 205-207; R. DONDARINI, Incontro/seminario sui repertori delle fonti statutarie (San Miniato, 11-12 settembre 1994), «Medioevo. Saggi e Rassegne», 19 (1994), pp. 187-206; ID., «De Statutis». Un comitato nazionale per l'intercomunicazione su studi ed edizioni di fonti normative, «Anecdota», a. V (1995), n. 2, pp. 115-117.

[2] O. MONTENOVESI, Roma. R. Archivio di Stato. La Collezione degli Statuti, in Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, vol. LXXIII, Firenze 1941, pp. 1-120.

[3] Catalogo della raccolta di statuti, consuetudini, leggi, decreti, ordini e privilegi dei Comuni, delle Associazioni e degli Enti Locali italiani dal Medioevo alla fine del secolo XVIII, voll. I-VI, a cura di C. CHELAZZI, Roma 1943-1963; vol. VII, a cura di G. PIERANGELI  e S. BULGARELLI, Roma 1990.

[4] Repertorio degli statuti comunali emiliani e romagnoli (secc. XII-XVI), a cura di A. VASINA, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1997, Fonti per la storia dell’Italia medievale, Subsidia, 6*.

[5] Cfr.: Gli Statuti dei conti Manfredi. Edizione delle raccolte di Albinea e Borzano (RE), a cura di A. CAMPANINI (Fonti e saggi di storia regionale - Quaderni, 3), Bologna 1995; Per l’edizione degli statuti del Comune di Bologna (secoli XIV-XV). I rubricari, a cura di A. L. TROMBETTI - V. BRAIDI (Fonti e saggi di storia regionale - Quaderni, 4), Bologna 1995; I rubricari degli statuti comunali di Cento e Pieve (secoli XIV-XVI), a cura di M. ZANARINI (Fonti e saggi di storia regionale - Quaderni, 5), Bologna 1996; I rubricari degli statuti comunali di Reggio Emilia (secoli XIII-XVI), a cura di A. CAMPANINI (Fonti e saggi di storia regionale - Quaderni, 7), Bologna 1997.

[6] P. G. BASSI, Cronache dei lavori di due commissioni: il tentativo di riforma dello statuto cittadino a Faenza (1598-1611), «Manfrediana. Bollettino della Biblioteca Comunale di Faenza», 26 (1992), pp. 41-47.

[7] BIBLIOTECA DEL SENATO DELLA REPUBBLICA, CENTRO STUDI SULLA CIVILTÀ DEL TARDO MEDIOEVO - SAN MINIATO, COMITATO PER GLI STUDI E LE EDIZIONI DELLE FONTI NORMATIVE, Bibliografia statutaria italiana. 1985-1995, Roma, Biblioteca del Senato della Repubblica, 199